domenica 13 novembre 2022

ORIA IGNORATA. Il Volto ri-trovato. (a cura della prof. A.M. Andriani)

 Oria ignorata.  Il Volto ri-trovato

Quello che la storiografia aveva dato per acquisito oggi è oggetto di riesame, è re-interpretato alla luce di nuovi metodi di indagine storiografica, delle nuove fonti della storia e dal loro intrecciarsi nel tessuto della grande storia nazionale ed europea.


Per Eugenio Montale la Storia è “Magistra di niente”; una “rete a strascico” che gratta il fondo, con qualche strappo, donde “più di un pesce sfugge”.


Nello spirito di recupero dei ‘pesci’ sfuggiti dalla rete, l’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, in collaborazione con l’Unisalento e la SS.PP. di Lecce, ha avviato un discorso storico e storiografico per grattare il fondo dell’oblio e ri-prendere qualche pesce sfuggito dalla rete. Con convegni internazionali di studio ha portato alla luce eventi e personaggi ‘dimenticati’ o poco noti, uno dei quali è stato il teorico e critico d’arte del XVIII sec. Francesco MILIZIA (1725-1798), Neapolitanus che varcò la siepe, spinto dalla brama di conoscere, sorretto dalla fede nel progresso guidato dalla ragione, in un momento in cui tutta l’Europa del XVIII era pervasa da una ‘nuova scienza’, il grande moto riformatore ispirato dalle LUMIÈRES che, con gli enciclopedisti Diderot, d’Alembert, Voltaire, contribuì a fornire sollecitazioni critiche e politiche attraverso la letteratura, ad aprire nuovi orizzonti di conoscenze con la storia naturale e le scienze, a suggerire una nuova e più dinamica visione dell’uomo nella storia e nella società.


Quest’anno è stato ri-pescato dall’oblio della storia un personaggio di alto profilo culturale, politico, diplomatico e religioso: l’oritano Giovanni Battista CARBONE (1694-1750) grazie a tre studiosi salentini, E. De Simone, F. Frisullo e P. Vincenti, coordinati dal prof. M. Spedicato dell’Unisalento, che, oltre la siepe, si distinse a Lisbona in ambiti scientifico, diplomatico, religioso e artistico alla corte di Carlo V.

Da Oria a Lisbona è stato il primo risultato di una lunga ricerca. Il lavoro, introdotto in Oria l’8 luglio, sarà presentato nella Universidade NOVA di Lisbona il prossimo 16 nov. h.18,00, Gabinete de Estudos Olisiponenses, alla presenza di: Joao Luis Lisboa Universidade Nova, Gaetano Sabatini, Università Roma Tre, Mario Spedicato; e gli autori del volume.

Liber Baptizatorum IV, 1684-1720.

Il palcoscenico sul quale si avviò l’avventura umana di Giovanni Battista Carbone, tutta inclusa nella prima metà del ‘700, fu ORIA e si concluse a Lisbona. 

Inizialmente Carbone fu uno scienziato-astronomo: studiava metodicamente i dati delle rilevazioni delle fasi delle eclissi applicabili in geodesia e nella cartografia. Per un bizzarro gioco del destino, divenne consigliere fidatissimo e influente del sovrano Carlo V, rivelandosi abilissimo diplomatico e intermediario tra la corte lusitana e gli altri Paesi europei, Roma compresa, per risolvere questioni nodali scientifiche e politiche. Rilevante fu anche la sua influenza in faccende religiose. La Compagnia di Gesù, ordine nel quale egli ebbe un ruolo assai rilevante, subì un brutto attacco circa il metodo d’insegnamento praticato fondato sulla ratio studiorum.

 Sebbene riconosciuto fondamentale il ruolo svolto dai gesuiti nella ricerca scientifica, il metodo di insegnamento era ritenuto “retrogrado e conservatore”, in quanto basato sui principi della filosofia aristotelica. L’oritano Carbone, figura chiave dell’ordine gesuita in Portogallo, si trovò in piena querelle tra ‘antichi’ e ‘moderni’ cioè: se e fino a che punto l’orientamento seguito dai gesuitici avesse impedito, ostacolato, o addirittura ritardato la diffusione della filosofia moderna di Copernico, Galileo, Newton.

Egli visse in un contesto europeo in cui l’orientamento culturale diffuso tra la rivoluzione inglese (la glorious o bloodless revolution, 1688) e la rivoluzione francese (1789) si fondava sull’esercizio critico della ragione umana in ogni settore della vita.

Giovanni Battista Carbone si trovò a muoversi tra ragioni generali e tensioni operative: tra tradizione superata e innovazione, tra modelli e valori millenari e la ‘Modernità’.

Quale fu il suo atteggiamento e quali le problematiche astronomiche, politiche, diplomatiche, religiose che affrontò solo la lettura dei numerosi carteggi potrà darcela.

Forse bisognava aspettare questi nostri giorni su cui gravano tante ombre del passato e tanti orrori del presente perché ciò potesse accadere.


Nel 1903 l’avvocato Baldassarre Terribile denunciava “l’incomprensibile silenzio dei cosiddetti storici locali, su un personaggio di assoluta rilevanza a livello scientifico, politico e diplomatico”: Giovanni Battista CARBONE. Ben noto negli ambienti accademici e politici europei, indagato dalla storiografia portoghese, che ne ha recuperato la sua “missione” diplomatica al servizio della corona lusitana e il pregevole contributo alla scienza astronomica, in Italia è stato dimenticato dagli storici del suo stesso ordine e pure dagli eruditi del suo loco natio.

È auspicabile un abbraccio culturale tra l’Atlantico e il Mediterraneo attraverso un Gemellaggio.

L’abbraccio tra Atlantico e Mediterraneo

Copertina del libro
                                                                                                  Anna Maria Andriani

sabato 12 novembre 2022

ORIA - LA GIUNTA COMUNALE INTITOLA 5 NUOVE VIE CON MODALITA' DISCUTIBILE.

Il Consiglio Comunale di Oria, con delibera n. 27 del 27/07/2022 ha approvato il Regolamento Comunale della Toponomastica e Numerazione Civica.
 La delibera veniva approvata all'unanimità dei presenti (assenti solo tre consiglieri di minoranza: Ferretti, Carone, Carbone). Il consigliere relatore, Almiento, affermava che la competente commissione consiliare aveva fatto un buon lavoro.
 
Non sono riuscito a leggere tale regolamento, poiché a tutt'oggi non è stato pubblicato sul sito del Comune nella sezione Regolamenti, ma ho motivo di ritenere che il testo è stato quasi interamente copiato da tanti altri presenti su internet e già adottati da altri Comuni. 

Nel testo della predetta delibera assume particolare importanza il seguente passaggio: 
 "ATTESO che il Comune di Oria intende tutelare la storia toponomastica del suo territorio, avendo cura che nelle assegnazioni di nuove denominazioni venga rispettata l'identità culturale e civile della città."

 Se pensate che con ciò è stato fissato un importante paletto per le future denominazioni, a mio parere vi sbagliate, poiché la Giunta Comunale capeggiata dalla sindaca Carone (assente Lucia Iaia), ha ignorato l'atto di indirizzo del Consiglio Comunale, se si considera che dovendo intitolare n. 5 nuove vie del territorio comunale nell`Insula `C11`(già Contrada Chiusurella, interclusa fra la circonvallazione, Via Torre e Viale Grande Europa, vedasi cartina qui pubblicata) nella delibera n.129 del 24/10/2022 così ha motivato la scelta: 
" RITENUTO: di dover intitolare le strade in questione ai Magistrati: 
- Giovanni Falcone, nato a Palermo e morto a Palermo il 23 maggio 1992;
- Rosario Angelo Livatino, nato a Canicattì e morto ad Agrigento il 21 settembre 1990; 
- Paolo Borsellino, nato a Palermo e morto a Palermo il 19 luglio 1992;
- Rocco Chinnici, nato a Misilmeri e morto ad Palermo il 29 luglio 1983;
- Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nato a Saluzzo e morto a Palermo il 3 settembre 1982,
quali vittime della mafia, affinché il loro ricordo rimanga nella memoria collettiva, ed in particolare nelle giovani generazioni, perché abbiano contezza del loro sacrificio, del valore simbolico della loro vita donata per la difesa della legalità al servizio dello Stato- Il perenne ricordo di queste eminenti figure è, inoltre, fondamentale per sensibilizzare alla lotta alla mafia e ad ogni altra forma di criminalità ed illegalità."

 E dire che il Consigliere Almiento in Consiglio Comunale, in occasione dell'approvazione del regolamento sulla toponomastica, aveva riferito circa la costituzione di una commissione consultiva che doveva nominare la sindaca, della quale dovevano far parte anche tre esperti esterni! 

E dire che il medesimo Almiento aveva riferito circa il diritto di iniziativa, ovvero della possibilità che associazioni con almeno 20 iscritti, oppure gruppi di almeno 50 cittadini potessero avanzare richiesta di nuove denominazioni.

 E dire..... e dire..... parole.....parole.....parole. 
E, a proposito di parole, è forse il caso di citare il marchese del grillo " IO SONO IO E VOI NON SIETE UN......".

Concludo col chiedermi se è normale che nessun oritano (consiglieri comunali compresi) si sia finora indignato! 
P.S.: Dalla Chiesa non era un magistrato! 
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domenica 23 ottobre 2022

Personaggi del '900 oritano. Mestru Leopoldu Massa ...... ed altri .... oritani del passato.

Premessa: come ho scritto in un precedente articolo ciò che state per leggere nell'inverno 2007 è stato pubblicato sia sul periodico l'Araldo che sul sito dell'Oratorio Sing. Ritengo opportuno pubblicare il seguente testo su questo mio spazio, per evitare che qualche "defunto oritano" citato si offenda e venga in sogno a qualcuno...... Infatti nei giorni scorsi ho scoperto che è stato inspiegabilmente rimosso dal sito www.oratoriosing.it, ove è tuttora visibile il titolo "Mestru Leopoldo".
EMIGRANTI E ARTIGIANI!
Carissimi amici, ben ritrovati! Dopo le vicende narrate sulla vita intensa del grande Dott. Scardapane, storia avvincente che ha entusiasmato tantissimi amici lettori, mi ritrovo qui a narrarvi la storia di un’altra grande famiglia, Fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, è vissuto in Oria un personaggio meritevole di essere ricordato per le sue doti umane e per un aspetto peculiare della sua attività lavorativa. Era un “artiere”, come si diceva allora, ovvero
artigiano in quanto esercitava un mestiere (allora arte) di paese. Egli svolgeva non una ma due attività: il barbiere ed il sarto ed in questo era coadiuvato dalla moglie e dai numerosi figli. Mestru Leopoldu Massa, aveva la casa-laboratorio in quell’angolo formato da Piazza Lama e Via San Lorenzo. Egli aveva in sposa Pasqualina Mazza, filatrice, la quale, morta nel novembre 1912 a soli 54 anni, aveva reso padre Mestru Leopoldu per ben 11 volte. Mestru Leopoldu aveva quel minimo di cultura che, a quei tempi, consentiva di saper scrivere ed essere un gradino più su rispetto alla stragrande maggioranza dei compaesani. A lui si rivolgevano in parecchi per chiedere consigli, per farsi scrivere le lettere da mandare ai figli soldati. Mestru Leopoldu, che amava profondamente la sua donna, rimasto vedovo a soli 60 anni, con una numerosa prole da mantenere, accudire ed educare, preferì non unirsi nuovamente con un’altra donna, convinto e consapevole che i figli più grandi lo avrebbero aiutato. Così fù, almeno in parte. Erano anni tristi e la prima guerra mondiale era alle porte. Il primogenito Giovannino decise di emigrare all’estero per due motivi: realizzarsi nell’ambito del lavoro ed evitare di partire soldato. Visse per qualche tempo a Nizza lavorando come barbiere, emigrando ben presto in direzione di quel nuovo mondo che era l’America. Fu uno dei pionieri dell’emigrazione italiana ed oritana in particolare verso quel continente. Si stabilì in Argentina, a Buenos Aires, subito dopo lo raggiunsero il fratello Pellegrino (detto Michelino) e la sorella Genoveffa e successivamente l’altro fratello minore Michele (detto Peppino). Giovannino e Genoveffa fissarono la loro dimora nella capitale, Buenos Aires, dove svolsero attività di parrucchieri per uomo e per donna per lunghissimi anni. Furono artieri conosciuti ed apprezzati. Grazie al loro spirito imprenditoriale, aprirono una scuola per parrucchieri alla quale diedero il nome di. (Pelo = capello in lingua spagnola - FA.MA. = famiglia Massa). Pellegrino preferì spostarsi al nord, aprendo anch’egli una barberia. L’altro fratello minore, Michele, si stabilì a Buenos Aires, ma di lui, purtroppo si conosce poco e niente. Fù Leonzia a fare da mamma alle cinque sorelle minori rimaste a Oria (Maria di Gesù detta Marietta, Giuseppa Antonia detta Peppina, Emma Epifania detta Gemma, Ottavia e Benedetta). L’effetto America attirò, soprattutto per necessità, anche i giovani rampolli. Nel 1930 i due figli maggiori di Leonzia, Michele e Lucrezia, rispettivamente di appena 15 e 17 anni, s’imbarcarono a Napoli sulla motonave Martha Washington in direzione anch’essi Argentina. Furono accolti dagli zii Giovannino e dalla zia Genoveffa i quali, sposatisi rispettivamente, non avevano avuto la fortuna di mettere al mondo figli. Lucrezia e Michele lavorarono come parrucchieri alle dipendenze degli zii. Michele subentrò nella gestione dell’attività quando zio Giovannino e zio Genoveffa, stanchi della vita nella capitale, decisero di andare a vivere in campagna.Nel 1950 un altro giovane, discendente di Mestru Leopoldu, Emanuele Cozzetto, figlio di Ottavia Massa, anch’egli attratto da quel nuovo mondo dell’America e calamitato dal brillante carisma dello zio Giovannino, decise di attraversare i profondi mari oceanici a bordo della motonave Tropea per approdare in quelle terre, ormai seconda patria di tanti italiani ed oritani. Lasciò ad Oria la giovane fidanzata con la promessa di tornare presto ad Oria, ricco come un Americano. Così non fù, Emanuele non è mai più tornato in Italia, è morto nel 1980, poco più che cinquantenne a seguito di infermità. Emanuele, anch’egli barbiere, cominciò a guadagnarsi il pane già sulla nave, tagliando barba e capelli ai tanti compagni di viaggio. Giunto a Buenos Aires Emanuele cominciò a fare i conti con l’amara realtà: non era l’America che aveva sognato, le cose lì andavano ormai male per tutti, l’Argentina era in declino, dovette rimboccarsi le maniche e sgobbare duro per sopravvivere. Lo zio Giovannino, ormai invecchiato, non poteva essergli di aiuto. Proprio a causa dei sacrifici e della vita di stenti Emanuele ben presto si ammalò. Superò quei momenti grazie all’amore e le cure dell’amata Anna (di origini italiane), con la quale si sposò e dal cui matrimonio nacquero Daniel e Walter. La sua attività di barbiere gli consentì di vivere dignitosamente, ma non riuscì mai a coronare il sogno di ritornare in Italia. Merita particolare interesse un accenno ai discendenti di Pellegrino (detto Michelino), il quale a San Miguel de Tucuman espletava attività di parrucchiere. Egli si sposò con l’italiana Lucia Fabbri dalla quale ebbe tre figli: Jean Luis, Vicente e Leopoldo. Del primo si hanno pochissime notizie; del secondo possiamo dire che tuttora vive in quella città e che è una persona straordinaria, dotato di spiccata intelligenza. Attualmente in pensione, laureato in Scienze Economiche, è stato per anni Professore presso l’omonima Facoltà dell’Università di Tucuman, della quale si vanta di essere uno dei fondatori. Leopoldo, anch’egli parrucchiere, sposò Elvira Luppo (di origini italiane) dalla quale ebbe due figli: Silvia e Leopoldo junior. Stranezza della vita: Leopoldo Massa junior (di anni 47) nella centralissima Calle Cordoba di San Miguel de Tucuman è titolare di una rinomata parruccheria per donna … figlio d’arte quindi!!! Classico esempio di mestiere tramandato da padre in figlio. A distanza di un secolo tutto continua, non solo quel mestiere dell’artiere che Mestru Leopoldu da Oria aveva tramandato ai figli, ma anche il “rispetto al nome” che egli portava. La speranza che ciò possa continuare ancora nel tempo, oggi è riposta nei due figlioletti di Leopoldo da Tucuman: Maximilian e Sebastian, nati dal matrimonio con la bella Norma. Di Michele Massa (detto Peppino) stabilitosi a Buenos Aires si hanno pochissime notizie. L’unico dato certo è che in quella capitale tuttora vive un suo figlio: Ubaldo di anni 80 (Sembra che sia un ricco imprenditore). L’altro aspetto interessante dell’intera vicenda con particolare riguardo alla ricostruzione di due rami dell’albero genealogico discendente dalla coppia Leopoldo Massa-Pasqualina Mazza, ovvero relativi a Pellegrino (detto Michelino) e a Michele (detto Peppino) è la circostanza che ad Oria nessuno fra i parenti sapeva dell’esistenza dei due. La scoperta è stata fatta di recente da un pronipote di Mestru Leopoldu, Franco Arpa (sua madre si chiamava Sina Ariano ed era figlia di Leonzia Massa), grazie a delle foto ingiallite rinvenute anni addietro in casa della nonna materna. Sul retro di una di esse, molto piccola e sbiadita, datata Buenos Aires 1933 era scritto: “questa foto l’abbiamo fatta sulla terrazza insieme allo zio Michelino”. Sul retro di un’altra foto inviata da Buenos Aires che ritraeva due giovani uomini vi era scritto: “amata sorella se non fosse per la guerra verrei ad Oria, qui sta per scoppiare il caldo infernale; salutimi canatuma Cicciu: cce ni mangia chiui carni ti cani cu Marsanofiu Caroni?” Ciccio (soprannominato la pizzenti) era il marito di Leonzia Massa. Grazie a questi due indizi Franco Arpa, noto appassionato di storie di emigranti, ha potuto sviluppare e approfondite ricerche che lo hanno portato alla scoperta sia del filone di Tucuman che dell’esistenza di Ubaldo Massa (figlio di Michele, detto Peppino). Il tutto è stato coronato da un viaggio (14 ore consecutive di volo aereo), che ha effettuato in Argentina Franco Arpa (insieme al cugino Tonino Ariano). E’ stato così che questi argentini nelle cui vene scorre sangue Massa, sangue oritano, dopo tanti anni hanno potuto conoscere ed abbracciare due cugini italiani, ovvero oritani. Particolare curioso: i cugini di Buenos Aires e di Tucuman, non avevano reciproca conoscenza, i rapporti si erano interrotti con la morte dei loro genitori ed oggi, dopo la visita dei cugini oritani, sono nuovamente in contatto. L’unico rammarico per i due cugini oritani, è stato quello di non riuscire a parlare con il lontano cugino Ubaldo Massa (figlio di Michele detto Peppino) il quale ha rifiutato di aprire la porta della sua casa nel timore di imbattersi in dei malfattori. Ciò forse nella consapevolezza di possedere ricchezze superiori alla media degli argentini, che potrebbero stuzzicare l’appetito di delinquenti. La fame e la miseria in Argentina è tanta ed altrettanta numerosa è la delinquenza. Ogni giorno vengono aggrediti ed ammazzati anziani, per un pugno di pesos. Al signor Walter portiere del condominio di Ubaldo è stata però lasciata una pergamena riportante l’estratto dell’atto di nascita del genitore Michele ed una lettera di saluti, entrambe firmate dal sindaco di Oria, Prof. Cosimo Moretto, dall’Assessore alle Politiche Sociali Prof. Pucci Schifone e dal Consigliere Delegato per gli Oritani nel Mondo Francesco Greco. Altre pergamene e lettere di saluti, degli amministratori di Oria, sono state consegnate a quasi tutti i discendenti di oritani incontrati in Argentina, insieme ad un decoupage realizzato con una bellissima foto panoramica di Oria oggi (che è stata immediatamente appesa con orgoglio ad una parete della propria casa). Giova aggiungere che, negli anni ’50, a Buenos Aires vi era una vera e propria comunità di oritani che si incontravano spesso specie in occasione di speciali ricorrenze, che nella loro Oria venivano solennizzate da grandi banchetti: matrimoni, Cresime, Prime Comunioni. Oltre alle persone sopra citate si è appreso che in quel periodo viveva in Buenos Aires Antonio Patisso (tuttora vivente, domiciliato a Roma, soprannominato Fanizza, fratello del più conosciuto e compianto concittadino Gino Fanizza, macellaio). Vengono ricordati, tra i nostri compaesani argentini, i fratelli Antimo ed Antonio Pomarico, Artigiani. Antimo fabbricava flauti, mentre il Antonio bocchini per flauti. Un altro oritano che allora viveva a Buenos Aires era Salvatore (detto Tore) Di Summa, il quale lavorava nella fabbrica che produceva in loco la mitica moto Lambretta Innocenti e nel contempo gestiva un ristorante. Tore è tuttora vivente; vive a Martina Franca e solo a sentire la parola Argentina gli si illuminano gli occhi; se gli capita di poter parlare con qualcuno di quel periodo della sua vita lo fa parlando prevalentemente il castellano (la variante dell’idioma spagnolo che si parla in Argentina); dopo un po’ …..immancabili le lacrime sul suo viso. Non avrei potuto portare alla conoscenza di tutti voi queste stupende storie se, il grande amico Franco Arpa, non avesse risposto all’appello che lanciai da queste pagine di collaborare col sottoscritto, raccontando storie, raccogliendo notizie su questi grandi personaggi della nostra Oria. Tutta la comunità oritana dovrebbe sempre ricordare il grande sacrificio di tanti concittadini che, negli anni passati, hanno abbandonato i loro affetti più cari e la loro Patria con la speranza di assicurare un’esistenza più decorosa alla loro famiglia, contribuendo nel contempo alla crescita economica di Oria (rimesse = denaro inviato ai familiari); Oria è fiera di questi fratelli, Oria è orgogliosa dei loro sacrifici, Oria piange tantissimi figli morti in terre lontane con il desiderio di morire nella propria terra … nella amata città dei Messapi, la Grande Oria grida i lori nomi … e dal cielo ogni emigrante, ogni Oritano d’America, Australia, Germania, ecc … grida a tutti noi … PRESENTE!!! [A cura dell'Ufficio Cultura dell'Oratorio Sing]

domenica 31 luglio 2022

ORIA - RASSEGNE TEATRALI AD ORIA. FACCIAMO CHIAREZZA ? (prima parte)

Una settimana fa scrivevo su Facebook:

"Appena posso scriverò un post per spiegare il mio pensiero circa l'utilizzo del termine e del logo TEATRESTATE, ideato dalla Compagnia Popolare Oritana, che, se ben ricordo, si è estinta nel 1999.

Inoltre, in qualità di persona informata sui fatti, farò chiarezza sulle cause che portarono alla infelice uscita di scena dal panorama culturale oritano sia della Compagnia Popolare Oritana che della rassegna teatrale estiva denominata TEATRESTATE, la cui ultima edizione, la numero 19, si è tenuta nel 1999 (23 anni fa e non 20 anni fa come qualcuno ha scritto)."

Devo confessarvi che la voglia di scrivere mi è venuta dopo aver letto:

- un comunicato stampa inviato dagli organizzatori al giornale online LoStrillone, in cui si diceva [ritorna Teatrestate, la manifestazione culturale ideata dalla Compagnia Popolare Oritana negli anni Ottanta che ha conquistato l’intero territorio provinciale. Ad organizzare la manifestazione, grazie al supporto della famiglia Schifone, che ha concesso l’utilizzo del nome e del logo, sono l’Aps 72024, l’associazione S.I.N.G. Onlus e la compagnia “il Palchetto” La manifestazione gode del patrocinio del Comune di Oria e della Provincia di Brindisi.]

- il numero unico della rassegna in questione, che si è tenuta nei giorni 26, 27, 28 e 30 luglio presso Parco Montalbano e all'interno dell'area archeologica adiacente a municipio. Nella prima pagina, in un articolo di introduzione dal titolo TEATRESTATE 2022, UN SOGNO CHE RITORNA, fra le altre cose è scritto: [Quando, non ricordo ed è bene non ricordare perché e per chi, la rassegna fu lasciata morire di consunzione, tutti hanno rimpianto quelle serate di mezza estate, divenute ormai irripetibili anche per il trascorrere del tempo che nebulizza immagini ed emozioni, consegnandole al mito. Si cercò di riempire il vuoto con la stagione di Parco Montalbano che ebbe però la durata di un assessorato.]

Ciò premesso, il giorno dopo la conclusione della rassegna suddetta, mi sono deciso di scrivere qualcosa a beneficio di coloro che non sanno o non ricordano le vicende politiche che hanno influenzato l'attività teatrale nella città di Oria a partire dal 1993 (circa) e che hanno contribuito alla scomparsa della Compagnia Popolare Oritana unitamente alla rassegna teatrale oggetto di queste mie riflessioni. Scriverò il mio pensiero utilizzando solo ed esclusivamente questo blog e cercherò di evitare di scrivere i nomi dei soggetti che per varie ragioni hanno svolto un ruolo, primario o secondario, nelle varie vicende attinenti all'argomento, nella consapevolezza che potrei intaccare la suscettibilità di qualcuno!

CONTINUA IN UN PROSSIMO POST.

mercoledì 13 aprile 2022

ORIA - A PROPOSITO DEL COMITATO FESTE PATRONALI.

Oria e Francavilla Fontana sono distanti meno di 6 chilometri; fanno parte della stessa Diocesi, ma, stranamente, non hanno in comune il sistema di nomina del Comitato Feste Patronali. A Francavilla il presidente del comitato viene nominato dal Sindaco, mentre ad Oria fino a qualche anno fa veniva nominato dal parroco della Cattedrale e.....attualmente.....non esiste Comitato Feste Patronali, bensì un gruppo di volontari che collaborano il Rettore della Basilica Pontificia Minore/Cattedrale. 
 In passato già nel mese di dicembre veniva resa nota la composizione del comitato che doveva farsi carico dell'organizzazione dei festeggiamenti civili in onore di San Barsanofio e dei Santi Medici. Alla data odierna tutto tace circa tale aspetto e viene facile pensare che i festeggiamenti per i Santi Medici per il vicino 19 maggio saranno un flop. 
A mio parere, i festeggiamenti in argomento non hanno solo una valenza religiosa, poiché fungono anche da occasione di lavoro per molte persone e, pertanto, qualcosa va cambiato circa il meccanismo di nomina ed i compiti del Comitato Feste Patronali.
 In tal senso, rivolgo un appello a quanti come me hanno a cuore il problema e che potrebbero dare un fattivo contributo per migliorare lo stato di cose.

Ricordo a me stesse che la Conferenza Episcopale Pugliese non ha abolito i comitati feste.
Per approfondimenti:

giovedì 31 marzo 2022

ORIA - 31 marzo 1861 - 31 marzo 2022, 161° anniversario di un tragico evento.


Da qualche anno ho deciso di dissociarmi da tutti gli oritani che continuano a perpetuare questo strano oblio nei confronti di tre persone che furono ammazzate il giorno di Pasqua, 31 marzo 1861. Trovo strane tante cose in ordine alla morte di quelle persone. Trovo strano che a seguito di tanti miei articoli, nessun oritano contemporaneo che porta il cognome Pastorelli o Sartorio abbia avvertito la necessità di indagare presso l'Anagrafe del Comune al fine di scoprire se ha un legame di parentela con Marcello, Pietro e Pasquale. Trovo strano che nessuno studioso ha voluto approfondire e mettere in luce ciò che accadde in Oria 150 anni addietro, nonostante inviti in tal senso da parte del prof. Benvenuto (nel 1985) e prof.ssa Anna Maria Andriani (nel 2006).
Ricordo che Salvatore Filotico, discendente di Camillo Monaco ha dichiarato attraverso questo blog: "Personalmente considero i Sartorio ed il Pastorelli vittime incolpevoli ed inconsapevoli di un clima di violenza ed odi di parte che meritano rispetto e commemorazione." .

Stralcio da "Il Processo a Camillo Monaco" di A. Benvenuto (anno 1985)
[A noi che l'abbiamo letto attentamente, il Carteggio ci ha dato l'occasione di ritrovare molti elementi nuovi che ci portano ad essere abbastanza critici nei confronti del Monaco, vedendo in lui non tanto l'autore materiale della morte dei tre poveri disgraziati cittadini, quanto l'autore morale e l'organizzatore consapevole del fatto di sangue.
Era il giorno di Pasqua (31 marzo 1861), un giorno festivo, durante il quale i paesani solevano radunarsi in Piazza Manfredi per incontrarsi e discorrere tra loro.
Da circa due settimane era stato celebrato in Italia l'Anniversario dell'Unità e quel giorno festivo dovette essere ritenuto dai liberali abbastanza adatto perché in Oria se ne rievocasse la memoria.
Per questo motivo il Monaco aveva fatto arrestare numerosi cittadini, tra cui Cosimo Mola e Cosimo Calò, da lui ritenuti «sobillatori» in quanto avevano prezzolato dei ragazzi perché gridassero in Piazza «Viva Francesco II».
Nel pomeriggio, fu fatta sfilare la Banda cittadina per le vie del paese.
L'accompagnavano dei mestatori politici, amici del Monaco, che bastonavano e minacciavano coloro che non gridavano «Viva Vittorio Emanuele II».
Giunta in Piazza la banda, il Sergente della Guardia Nazionale, don Nicola Pinto, fu invitato dal Monaco a tenere un pubblico comizio.
Dovette esserci qualche manifestazione di insofferenza da parte di qualche cittadino fìloborbonico se il Monaco fece intervenire la Guardia Nazionale.
Il suo intervento fu cosi violento che in poco tempo giacquero per terra, in una pozza di sangue, finiti a colpi di baionetta, Marcello Sartorio, suonatore di piatti, Pasquale Pastorelli, ex borbonico, manovale, e Pietro Sartorio, padre di Marcello, suonatore di trombone.
Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse inutile lo si deduce ampiamente dalle deposizioni rese durante il processo:
Francesco D'Amico, guardia nazionale, dichiarò che né il sabato né la domenica di Pasqua vi era ragione di temere una rivolta.
Vincenzo D'Amico disse che in quella maniera si erano voluti togliere di mezzo i «retrivi».
Angelo De Angelis, guardia nazionale, disse che la Guardia non era stata né minacciata né provocata.
Domenico Greco definì le Guardie Nazionali «schiuma di briganti», protetti dal Monaco. Giovanni Toscano, guardia nazionale, accusò il Monaco, dicendo che fu lui ad aizzare le guardie.
Domenico Trincherà affermò che a tirare colpi di baionetta fu l'Orsini, una guardia extralegale. Pietro Conte disse che non vi era bisogno dell'intervento della Guardia Nazionale in Piazza. Pasquale Attanasi affermò che era inutile la riunione in Piazza, stante il fatto che vi era pericolo di reazione. Isabella Antonini, madre del Pastorelli ucciso in Piazza, accusò di omicidio le extraguardie Orsini e Biasi e definì il Monaco « il Re del paese ».
Che l'intervento della Guardia Nazionale fosse, inoltre, provocatorio, lo si deduce dal fatto che la fazione borbonica era stata resa impotente a nuocere, giacché il Monaco aveva fatto arrestare oltre al Mola e al Calò, Angelo Masiello, contadino; Cosimo Mingolla, contadino; Cosimo De Fazio, contadino; Pasquale Barone, proprietario; Raffaele Manisco, contadino e Luciano Manisco, ex soldato borbonico, sbandato.
Dal Carteggio, infine, apprendiamo che nelle mani degli uccisi, presunti agitatori, non vi fu trovata un'arma; che il dottore Giuseppe Danusci, incaricato ad eseguire l'autopsia fu minacciato dai «liberali» e che il Giudice Istruttore permise la ricognizione dei cadaveri e l'autopsia dopo qualche giorno, quando la decomposizione era già in stato avanzato.
Un'ombra, dunque, cala su questa figura che l'opinione pubblica ha sempre ritenuto un eroe garibaldino e che in seguito al ritrovamento del Carteggio appare piuttosto un fazionario violento e prepotente.
Quale delle due immagini è la vera?
Agli studiosi la risposta!
Noi ne abbiamo voluto parlare non per desiderio di dissacrare e gettare nel fango la personalità di un uomo ma per amore della ricerca storica e della verità. Prof. Antonio Benvenuto]

lunedì 21 febbraio 2022

LA STORIA DELLA CATTEDRALE DI ORIA (dal libro sulla toponomastica del dr. Pasquale Spina)

 CATTEDRALE  (fonte: libro sulla toponomastica del dr. Pasquale Spina)

 Per gli oritani  la Cattedrale era la Chiesa per antonomasia e fino a non moltissimi anni fa l’unica parrocchia (vedi nota 359 in calce) della città e, di conseguenza, fulcro della vita religiosa e sociale dell’intera comunità. Tutto il lato est della piazza è occupato dalla facciata barocca della Cattedrale, dalla Torre dell’orologio e dall’arco che collega quest’ultima con l’Episcopio.

 Più o meno allo stesso posto, ma con una superficie occupata molto minore, doveva trovarsi la cattedrale romanica distrutta, non dal terremoto del 20 febbraio del 1743, ma dal vescovo Castrese- Scaja.

 Il terremoto a Oria non fu particolarmente violento: non ci fu nessuna vittima e, tranne il campanile della cattedrale (vedi nota 360 in calce), pochissimi edifici subirono seri danni. Non ci si accorge dopo sette anni dal terremoto che l’edificio della cattedrale presenta danni talmente gravi che è necessario il suo abbattimento. I veri motivi della distruzione della cattedrale romanica non sono strutturali, ma antropologici. Tendenze artistiche, culturali e comportamentali proprie del periodo storico si unirono con la situazione particolare che attraversava la chiesa oritana e determinarono la necessità di avere una chiesa cattedrale consona alle esigenze del secolo.

 Quello che in altri posti si era già verificato qualche anno prima, ad Oria si realizza nei cinquanta anni centrali del XVIII secolo: la tendenza ad accrescere le dimensioni delle chiese si affermò sia nelle città che nei centri minori, e non soltanto per ragioni demografiche. La religiosità doveva per quanto possibile trovare posto e cornice adatta nel tempio: per le funzioni solenni, le prediche quaresimali e quelle che scandivano il ciclo liturgico occorrevano spazi vasti, capaci di accogliere folle numerose o almeno la totalità dei fedeli del luogo (vedi nota 361 in calce)

Tra il 1718, i Celestini e il 1774, i Conventuali tutti gli ordini monastici presenti a Oria, tranne i Missionari che, per la loro predicazione usano le chiese degli altri, costruiscono, o ampliano, o in ogni caso, adeguano le loro chiese alle nuove correnti artistiche. Il Vescovado, che usciva in quegli anni dal periodo più oscuro, l’episcopato di mons. Labanchi, che avesse attraversato dalla separazione dalla Chiesa brindisina, non poteva essere da meno: il Vescovo non può celebrare i suoi riti sfarzosi e pregni di segni simbolici miranti alla ostentazione del riacquistato potere, in quella piccola, semplice, insignificante cattedrale. Oltretutto, la cattedrale col terremoto ha perso il suo altissimo campanile per cui il simbolo del potere episcopale non è più visibile dagli oritani e dal viaggiatore che ad Oria si avvicina: è necessario contrapporre all’odiato simbolo del potere temporale, il Castello, una turgida, policroma e imponente cupola. 

Ci sono, poi, le condizioni ambientali favorevoli: Michele IV Imperiale risiede, ora, stabilmente a Napoli (vedi nota 362 in calce) e, impegnato com’è nelle più alte cariche di Corte e nei suoi faraonici ricevimenti, non ha più il tempo e la voglia di intromettersi negli affari del suo feudo. Gli oritani non possono tollerare che i loro grandi rivali di sempre, i francavillesi, abbiano cominciato a costruire, questa sì immediatamente subito dopo il terremoto (vedi nota 363 in calce), una maestosa Collegiata e sono, pertanto, tutti con il nuovo vescovo.

 Infine il ruolo fondamentale di Castrese-Scaja che, da napoletano, sa come ottenere l’appoggio dei Borboni: gli studiosi locali si sono accapigliati per anni sulla famosa questione delle colonne di granito che dalla Cattedrale andarono a finire ai Borboni: è assolutamente ininfluente stabilire se furono regalate o vendute e, nel caso di quest’ultima ipotesi, se per 800 oppure 8000 ducati (vedi nota 364 in calce). Castrese-Scaja sa che per ottenere il placet alla costruzione della Cattedrale, e magari anche un finanziamento, non si può presentare ai Borboni a mani vuote.

 La costruzione della nuova Cattedrale è, quindi, inevitabile e per dare una svolta definitiva al nuovo corso è necessario cancellare le tracce del passato. Avviene così che, oltre al danno al patrimonio architettonico, un altro ancora più grande viene commesso al patrimonio storico-culturale della comunità oritana: nella vecchia cattedrale erano custoditi i monumenti funebri degli oritani più illustri fino ad allora vissuti. Castrese-Scaja distrugge con rigore scientifico ogni minimo particolare delle tombe custodite nella nostra piccola Santa Croce. Le pagine più belle della storia dell’Albanese sono quelle in cui descrive questi monumenti: li racconta con dovizia di particolari e si esalta di fronte ad essi, quasi presagio che gli oritani che sarebbero venuti dopo di lui non li avrebbero potuti vedere.

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359 La parrocchia di S. Francesco d’Assisi e quella di San Domenico furono erette canonicamente il 22-8-1947 da mons. Ferdinando Bernardi, Amministratore Apostolico, la sede vescovile era vacante per la morte di mons. Di Tommaso, mentre la parrocchia di S. Francesco di Paola fu eretta canonicamente il 1-10-1976 da mons. Alberico Semeraro.

360 A cinque giorni dal terremoto, il 25 febbraio 1743, il notaio Damiano Priore si reca da mons. Labanchi per presentargli un’istanza protestativa da parte del sindaco Nicola Sarli che intende cautelarsi dagli eventuali danni derivanti dal crollo del campanile lesionato dal terrìbile castigo del terremoto. Non è facile capire dalle parole del notaio Priore quale fosse la reale entità dei danni subiti dal campanile: da un lato, forse per sollecitare un pronto intervento del vescovo, viene presentata una situazione quasi catastrofica: qual'ora mai questo (il campanile) precipitasse, tocche' Dio non voglia, in tal caso, non solamente, che danneggia tutte le campane, ma il corpo della Chiesa Cattedrale rovinata ne verrebbe; ed altresì [qui il notaio si supera] ne sortirebbe un positivo danno di buona parte delle fabbriche di questa cittade. Subito dopo il notaio minimizza le precedenti affermazioni quando dice che basterebbe, volendosi riparare a tanti immensi danni, perìcoli e rovine, ben volentieri col demolirsi in parte detto campanile, il tutto si levaria da mezzo. Anche se non è influente per la nostra storia, è interessante sapere che il vescovo rispose al solerte notaio che non era a lui che doveva rivolgersi, ma all’economo della Mensa. Cfr. anche AVO, Conclusione Capitolare, del 27 febbraio 1743.

361 M. Moran - J. Andrés-Gallego, Il predicatore, in L’uomo barocco, a cura di R. Villari, Roma-Bari 2001, pp. 143-4.

362 cfr.: H. Acton, I Borboni di Napoli, Firenze 1997, p.35.

363 cfr.: P. Palumbo, Storia di Francavilla Fontana, Noci 1901, pp. 239-41. Il Palumbo dice che il 15 agosto 1743 fu posta la prima pietra della Collegiata.

364 cfr.: Errico, Cenni, p. 195; Marcella, Ricordi, p. 89; F. Conti, Luci di gloria - Memorie storiche, Oria 1948, pp.32-3.