Dignità (tratto dal libro -Il piccolo "Pitatedda"- di Pino Guida)
Ero molto importante
in tempi lontani:
le braccia alla vita,
un cappello di legno,
provvedevo ai bisogni
della povera gente,
di ricchi sfondati,
di fanciulli innocenti.
Ogni posto era adatto
per stare tranquillo:
uno stipo con tenda;
un angolo buio;
il sotto d'un letto
di paglia o di crine.
Gentile compagna
una ruvida pezza.
Acuto "profumo"
ogni giorno diverso.
Riempirsi con gioia
e grande piacere.
Aspettare con ansia
che una tromba stonata
nunziasse l'arrivo
dell'amata "Carrizza".
'Un giorno, un signore,
d'oltre la Manica,
ebbe un'idea
davvero geniale:
aiutato, peraltro,
dal veloce progresso,
ideò un oggetto
di bianco smaltato.
Quanto riguardo...!
Quanta attenzione...!
Acqua corrente
e scarico pronto.
Usato con garbo
e delicatezza...
con tanti piani
di ....."morbidezza".
Ora che il tempo
dà una ragione
a tutte le cose,
riposto per merito
son nel grande museo
o costretto a guardare
il buco di un vaso
di piante... carnose.
Nessun disconosca
la mia "dignità":
non rinnego per niente
il trascorso passato.
Non piango, non rido,
ma resto per sempre
l'amico fraterno...,
l'amato "Don Peppo".
Fra le varie cose che conservo in casa ho trovato una raccolta di poesie dell'oritano Pino Guida, dal titolo "Il piccolo Pitatedda - ricordi e realtà", realizzata tredici anni orsono.
Tutte bellissime le poesie.
Ho in mente di pubblicarle tutte ed inizio con la più lunga. Il titolo è: "Piazza Manfredi" (evidentemente com'era nei ricordi dell'autore, forse, circa 40-45 anni addietro).
Piazza Manfredi Seguendo la via che viene dal mare, passando attraverso una porta trionfale, si trova uno spiazzo di pietra che vive.
A destra e a sinistra, girando lo sguardo, vedo un barbiere intento a pensare: un figlio giurista ed un altro da amare.
Una nuvola strana di mosche ronzanti attira il passante: uomini rudi, corrosi dal sale dei frutti del mare.
Una "Luce" che tratta, con pratica antica, farina di grano e carne arrostita: il tutto annaffiato con rosso paesano
Accanto alle stoffe e corredi nuziali, un "Leone" che guarda, all'interno del quale sciroppi e decotti guariscono i mali.
Un piccolo vano con carne bovina. Un angolo pieno di piccole cose del piccolo Alfonso dal fare noioso.
Su una vendita mista di sale e tabacchi, una scala mi porta a vedere illusioni: una candida tela e tante emozioni.
Un Biagio, che è Santo per gole arrochite, nel piccolo Tempio lasciato al degrado, chiuso da sempre, mai restaurato.
Tre vani di porta uguali e perfetti: su uno di questi il padre di Tito vende bottoni, cravatte e calzini.
Un signore gentile, dal barbaro... nome. Un ufficio attrezzato a vedere nel buio cambia agli utenti i lumi a petrolio.
Il nonno di Beppe, all'angolo opposto, ripara la voce, immagini e suoni, in tempo reale, a scatole strane.
Un grande locale, che sembra una botte: "Pulcinella" vi serve i mezzi e i quartini. Al numero tredici: ancora un barbiere.
Dietro un bancone di buon "mascularu", cinque gradini di pietra scolpita: un litro di asciutto annebbia la mente.
In testa ha un sarto la falce e martello: aspetta, paziente, che il figlio, un domani, possa essere il primo reggitor del paese.
Mi attira Giuseppe con gelati al limone, la panna con strega e piccole essenze; la pallina in bottiglia a frenare la spuma.
Il fratello Luigi ama i cani, la caccia, e... le donne conquista. Nel retro, nascosta dall'aroma invitante, la polvere... spara.
Oggetti per fumo: per figlie tre rose da ornare un... "giardino". A fianco quel tale la gamba sinistra alla Patria ha donato.
I frutti di terra raccolti al mattino; i prodotti sudati della spiga matura; un cane randagio in attesa dell'osso.
Cala la sera... La notte cammina...: silenzioso mi siedo sul tondo scalino e guardo, lontano, quel Cristo che tace.